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UN MESE ESATTO – viaggio nella pianura

Storie a non finire, storie che vengono raccontate a un tale Savini, che vuole sapere notizie sui pozzi che parlano, che ti chiamano per nome, lui, che vede le bottiglie sul fondo, di tutti quelli che sono naufragati, marinai contadini ma anche gente importante.

 

tratto da Il poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni

con Carlo Ferrari
adattamento drammaturgico e regia Carlo Ferrari
tecnica e luci Erika Borella
produzione: Progetti & Teatro

Il viaggio nella pianura continua, un viaggio nella direzione della via pedemontana che attraversa le città. Storie a non finire, storie che vengono raccontate a un tale Savini, che vuole sapere notizie sui pozzi che parlano, che ti chiamano per nome, lui, che vede le bottiglie sul fondo, di tutti quelli che sono naufragati, marinai contadini ma anche gente importante.

Così il racconto prosegue in questa nuova avventura di narrazione teatrale, che analizza altri capitoli tratti dal romanzo “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni.

Il protagonista, con la sua innocenza e curiosità è attirato da un certo sig.Pigafetta, incontrato in un bar, uno che ha vissuto negli scarichi e che ha visto veramente l’inferno. Poi Nestore lo coinvolge nella sua avventura amorosa con la moglie, chiamata Vaporiera e poi ancora incontra sul cammino, un tipo ricciolo e scuro di carnagione che gli narra una storia vecchissima quella di Giuda Iscariota. Si dipana così questo percorso di narrazione, questo viaggio fantastico nella nostra pianura alla scoperta di personaggi strani e bizzarri. Molte le storie raccontate al protagonista che a volte ha l’impressione che non entrino tutte nella sua testa che sembra crescere a dismisura.

Una paura quasi fanciullesca che scompare alla vista della luna, che gli sorride e gli illumina il cammino.

RECENSIONI:

Fondamentale la misura, il rigoroso equilibrio nella recitazione affrontando in solitudine sulla scena un personaggio tanto complesso, che può far ridere ma non deve essere ridicolo, ingenuo e di rara, forse inconsapevole, profondità, molteplici le visioni reali e fantastiche che ruotano nella mente, lui così attratto dalla luna – e Carlo Ferrari è riuscito ancora una volta, affrontando la labirintica, avvincente opera di Ermanno Cavazzoni <Il poema dei lunatici>, a trovare quella corretta dimensione, capace d’incantare, commuovere, far sorridere, così difficile da raggiungere per una figura di confine, instabile, fragile, pure con le sue indefinibili certezze.
Un’anteprima che è già spettacolo di assoluta perfezione: presentato nell’ambito della rassegna <Sul Naviglio…>, tra gli alberi, all’interno del Parco Nord, <Un mese esatto> è la seconda creazione teatrale di Carlo Ferrari – a sua firma anche l’adattamento drammaturgico e la regia, luci di Erika Borella, produzione Progetti&Teatro – nata dal libro di Cavazzoni: lo stesso protagonista del delicato e avvincente <Pozzi e Madonne>, visto qualche anno fa a Fontanellato, incerto anche il nome, racconta ora di nuove storie tra le tante che vivono nebulosamente nella sua testa.
<Io come persona non sto tanto bene, lo dico subito…>: è questa la prima battuta, inquieti i movimenti delle mani, lo sguardo fermo su qualcosa che sembra premere dall’interno. Lo hanno messo lì per riposare: è forse ricoverato? A tratti pare volersi sedere, ma subito si alza.
Sembra una battuta di Woody Allen <Chi sono io? E negli scarichi c’è l’inferno?>: metafisica e quotidianità intrecciate. Stupefacente, surreale e simbolica la vita che scorre nei tubi del sottosuolo tra battaglie di bianchi e di neri. Sono ricordi che vengono da Pigafetta: perché lui nei suoi viaggi ha incontrato tante persone dalle strane avventure… Esilarante il rapporto di Nestore con la <Vaporiera>. Alta letteratura (e teatro) con l’episodio di Giuda Iscariota. Perenne l’attrazione per la luna, che infine darà anche la misura del tempo del viaggio, identica alla sua partenza, una luna vecchissima, torbida, <così faticosa>.
Bravissimo Carlo Ferrari: carichi di emozione i lunghissimi applausi e i molti <bravo!>

dalla recensione di Valeria Ottolengh