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COMPAGNIA BERARDI/CASOLARI

AMLETO TAKE AWAY

 

SABATO 23 MARZO ore 21

con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
musiche di Davide Berardi e Bruno Galeone
luci di Luca Diani
produzione Compagnia Berardi Casolari / Teatro dell’Elfo
con il sostegno di Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival di Armunia Castiglioncello, Comune di Rimini-Teatro Novelli

“Pubblicare dei tramonti un bel piatto di spaghetti o gli effetti della pioggia tropicale, sempre tesi anche al mare con un cocktail farsi un selfie perché il mondo sappia, dove sono, con chi sono, e come sto. Apparire, apparire, apparire, bello, figo, number one e sentirsi finalmente invidiato. To be or fb, this is the question”

 

Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari tornano insieme in scena, protagonisti di un nuovo progetto di cui sono anche autori, prodotto dal Teatro dell’Elfo. Amleto take away debutta al Festival Primavera dei Teatri di Castrovillari, a cui seguiranno le repliche al Festival di Asti (29 giugno) e al Festival In Equilibrio di Castiglioncello (1 luglio).

Amleto take away è un affresco tragicomico che gioca sui paradossi, gli ossimori e le contraddizioni del nostro tempo che, da sempre, sono fonte d’ispirazione per il nostro teatro ‘contro temporaneo’. Punto di partenza sono, ancora una volta, le parole, diventate simbolo più che significato, etichette più che spiegazioni, in un mondo dove «tutto è rovesciato, capovolto, dove l’etica è una banca, le missioni sono di pace e la guerra è preventiva».

È una riflessione ironica e amara che nasce dall’osservazione e dall’ascolto della realtà circostante, che ci attrae e ci spaventa. «Tutto è schiacciato fra il dolore della gente e le temperature dell’ambiente, fra i barbari del nord e i nomadi del sud. Le generazioni sono schiacciate fra lo studio che non serve e il lavoro che non c’è, fra gli under 35 e gli over 63, fra avanguardie incomprensibili e tradizioni insopportabili…».

In questo percorso s’inserisce, un po’ per provocazione, un po’ per gioco meta-teatrale, l’Amleto di Shakespeare.

Amleto, simbolo del dubbio e dell’insicurezza, icona del disagio e dell’inadeguatezza, è risultato, passo dopo passo, il personaggio ideale cui affidare il testimone di questa indagine. Ma l’Amleto di Amleto take away procede anche lui alla rovescia: è un Amleto che preferisce fallire piuttosto che rinunciare, che non si fa molte domande e decide di tuffarsi, di pancia, nelle cose anche quando sa che non gli porteranno nulla di buono. È consapevole ma perdente, un numero nove ma con la maglia dell’Inter e di qualche anno fa, portato alla follia dalla velocità, dalla virtualità e dalla pornografia di questa realtà.
Amleto è in seria difficoltà circa il senso delle cose, travolto da una crisi così generalizzata e profonda che mette a repentaglio storie solide e consolidate come il suo rapporto d’amore con Ofelia e il suo rapporto con il teatro.

«To be o FB, questo è il problema! Chiudere gli occhi e tuffarsi dentro sè e accettarsi per quello che si è, isolandosi da community virtuali per guardare da vicino e cercare di capire la realtà in cui si vive? O affannarsi per postare foto in posa tutte belle, senza rughe, seducenti, sorridenti, grazie all’app di photoshop?
Dimostrare ad ogni costo di essere felici mettendo dei ‘mi piaci’ sui profili degli amici.
Pubblicare dei tramonti un bel piatto di spaghetti o gli effetti della pioggia tropicale, sempre tesi anche al mare con un cocktail farsi un selfie perché il mondo sappia, dove sono, con chi sono, e come sto. Apparire, apparire, apparire, bello, figo, number one e sentirsi finalmente invidiato.
To be or fb, this is the question».

 

Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

RECENSIONI

Amleto in T-shirt di Rodolfo di Giammarco (Repubblica)

Un Bardo trendy e dispotico che evoca Montale. L’ombra di Pirandello. E un pizzico (di troppo?) di masochismo. Così la “Primavera dei teatri” di Castrovillari fa sbocciare la scena più cult Hanno in comune l’accostamento (o la disputa) tra vita reale e rappresentazione, quattro lavori del festival Primavera dei Teatri di Castrovillari, appuntamento di culto cui la direzione di De Luca-La Ruina garantisce ricerca e rischio. Imbocca una strada poetica piuttosto inedita Gianfranco Berardi, che con Amleto take away forgia un rapporto creativo assai stretto con Gabriella Casolari, entrambi drammaturghi, lui più incline a una distopia che poggia su introversione ed enfasi del principe del Bardo, lei nei panni di una puntuale “manovratrice” della superlogorrea del partner. Il quale si crocifigge i polsi a un sipario mobile, indossa a tratti una maglietta con “Amleto 9” sulla schiena, cui alterna una mise bianca da Ofelia, ma nel suo cristo sparigliato con follia piena di metodo scopriamo un maturo Berardi che da ipovedente pare evochi Montale elogiando la guida degli occhi di lei. Un altro scavo autoriale è quello che Roberto Latini ha energicamente posto in opera nel suo Sei. E dunque perché si fa meraviglia di noi?, con un titolo pirandelliano che pone a incipit una battuta del Padre al Capocomico nei Sei personaggi. Artefice di riscrittura e regia, Latini rinuncia al fascino della sua presenza, e trova una perfetta specularità in PierGiuseppe Di Tanno, dotato di quasi analoghe voce e sagoma. Gli attribuisce ruoli, battute e didascalie del finale della commedia, e collocazione (spesso in maschera) su un parallelepipedo che al termine, dando luogo a un Dopo, s’inclinerà come una tomba per ammettere il dialogo in inglese dei becchini di Amleto, la cui citazione dell’acqua va in parallelo (idea forte) con l’acqua della vasca in cui muore la Bambina di Pirandello. Emoziona, il culminante getto di schiuma. A un ciclone di musica, di canzoni, di bombole, di altalene, di paure, di algoritmi, di liturgie indecenti e di claim virali s’intona l’ultimo manifesto di Babilonia Teatri, Calcinculo di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi, un teorema che racconta orrende intolleranze e spacci di visioni in un viaggio a ritroso anche proprio nella memoria di questo sodalizio, in attesa di nuove offese. Sperticata e forse con troppi collari da pornoboys e da bondage è l’infelicità che, in tema di Europe Connection e Fabulamundi, il calabrese Teatro Rossosimona ricava, con la regia/cointerpretazione di Francesco Aiello, dall’apologo sui sacrifici quotidiani Confessioni di un masochista del cecoslovacco Roman Sikora. La sensualità del nostro sud lì a spiegare una flagellazione globale…



Tommaso Chimenti 06/04/2018

“Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza”
(Umberto Eco).

La grande virtù di Gianfranco Berardi, sempre coadiuvato dall’importante presenza di Gabriella Casolari (in scena come nella scrittura), è sempre stata quella di creare una mappa drammaturgica, una geografia scenica dalla quale la linearità era esclusa, espulsa, ma che, al contrario, come montagne, come macchie di leopardo, a frammenti vivissimi, è riuscita a miscelare ora il piccolo, lo stretto, il conico dentro l’autobiografia per rilanciare con ancora più forza all’universalità dei rapporti, delle relazioni, dell’umano. Berardi sul palco è un rocker, è benedetto e maledetto insieme, è Iggy Pop e Dino Campana, è Michael Jackson e Bukowsky, è Michael Jordan e Baudelaire, è Jim Morrison e Basquiat. Potremmo osare scomodando anche Carmelo Bene.

Questo nuovo “Amleto take away” (prod. Teatro dell’Elfo, sostegno Ert, Armunia, comune di Rimini; in anteprima all’Arena del Sole, il debutto ufficiale sarà al festival “Primavera dei teatri” a Castrovillari il prossimo maggio) prosegue sui due filoni cari alla coppia pugliese-emiliana: il discorso del teatro sul teatro (cita irriverente i maestri Cesar Brie, Danio Manfredini e Pippo Delbono) e quello, chiamiamolo, “familiare”. Perché sta tutto lì, da dove si viene e dove si vuole andare, il guscio e la ricerca delle ali. E lo fanno con coraggio e grande autoironia, con stoccate e indietreggiamenti, con rincorse e scudisciate. Sembrano Zampanò e la Masina, l’uno debordante, l’altra saggia. Se Berardi in questo nuovo lavoro (ha la maglia dell’Inter con il numero 9 e sopra le spalle la scritta Amleto; l’Inter è la squadra del vorrei ma non posso, del “braccino corto”, delle grandi imprese come del perdersi in un bicchier d’acqua) è il front man, la Casolari è, più che il servo di scena che movimenta luci e oggetti, il regista kantoriano che aziona i dispositivi, dà le pause, direziona sguardi e parentesi, suggerisce con piccoli tocchi. Il duo collima, il duetto funziona, amalgamato dagli anni, ben impastato. Nelle loro parole c’è una densa ferocia tenera e una candida delicatezza crudele, Berardi, tarantolato, fisico e muscolare, carnale e tattile, distruttivo e passionale, ti sbatte in faccia le cose, senza pentimenti, senza false ipocrisie, senza tanti giri di parole, va dritto al punto, al sodo, al cuore, colpisce al fegato, senza pietà. E di sottofondo c’è questa triangolazione salvifica e illuminante tra Amleto, e il fantasma del padre che lo muove, Cristo, e l’assenza del padre che lo spinge, e Gianfranco, e la vita del padre che lo pungola in un rapporto d’incastri, d’incomprensioni ma anche di piccoli giganteschi gesti o parole smozzicate che valgono tutti gli sguardi che non si sono potuti dare.
Berardi sul palco è un bulldozer, un caterpillar, si mangia la scena, la divora, la sbrana, la ingoia, la sputa, la ammalia, la fa sua, la ammanta, la lecca, la distrugge, la vomita, la seduce, la contorce, la plasma, la doma e la domina, la spoglia, la sfascia, la cavalca. Si spoglia a torso duro diventando un angelo dal corpo tonico, affusolato e scolpito, allenato e atletico. Quest’Amleto-Berardi porta sulle larghe spalle la croce del teatro (un sipario al quale è legato come Prometeo incatenato) come Cristo nella sua passione, tra dolori e sofferenze. Lentamente, scavando, addentrandosi nel bosco, nei rovi sanguinanti del testo, l’Amleto ha sempre più i contorni e il volto di Berardi in questa lotta con l’esterno, con questa grande vitalità compressa, schiacciata, con questo padre che non è affatto un fantasma ma si fa sentire soprattutto nei silenzi, anche nei vuoti. Ma il nostro Amleto cresce e doma, con l’amore non con la forza, questo padre che prima legge arrogante a tavola Tex Willer e poi “gioca” stanco e vinto con il figlio a farsi togliere il pulviscolo, i granelli di carbone nero che l’Ilva gli dona in regalo ogni giorno sul posto di lavoro. Si sente la fatica di vivere, di sopravvivere, di continuare a sperare, a sognare. Si sente anche l’impossibilità e la sconfitta ma non per questo la resa, la forza e la disperazione, il coraggio e la disfatta, il desiderio e l’impotenza. Sta tutto qua, nell’elastico che si è capaci di tendere, di spostare, di forgiare a nostro vantaggio, tra ciò che si vuol fare e quello che si può fare. Come ha fatto Berardi creando, con il lavoro e il talento, la perseveranza e la cocciutaggine, una fortezza da una debolezza, ribaltare un handicap in ricchezza interiore. Cristo e Amleto hanno fatto una brutta fine: lunga vita a Berardi.